Stato e rivoluzione

Lenin scrive Stato e rivoluzione nel 1917, nel bel mezzo della rivoluzione russa cominciata a Febbraio. E non è un caso. Come tutti i migliori marxisti, e come lo stesso Marx, Lenin si pone i problemi a secondo di come questi sono posti concretamente al movimento operaio. Dopo il Febbraio del 17 era diventato sempre più evidente che la rivoluzione democratica russa, guidata dalla borghesia e appoggiata dai menscevichi, dai socialisti rivoluzionari e in un primo momento anche dai bolscevichi, non sarebbe riuscita a portare a termine i propri compiti (riforma democratica e riforma agraria). Da questa necessità sono nate le famose Tesi d’aprile, in cui Lenin rompe con la teoria delle due fasi tipica del marxismo della seconda internazionale e abbraccia invece la teoria trozkista della rivoluzione permanente. Da questa rottura sarebbe però presto derivata un ulteriore necessità, a livello teorico. Cioè capire dove era avvenuta la cesura profonda della seconda internazionale con il marxismo genuino e come si poteva ricollegare quanto stava accadendo in russia con una teoria genuinamente rivoluzionaria. Lenin, dopo una serie di ricerche, trova l’origine di questa cesura proprio nella questione dello Stato e della natura del potere.
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Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte

Scritto nel 1852, il 18 Brumaio è per Marx il tentativo di mettere alla prova degli avvenimenti storici la dialettica materialista e quindi, partendo dai rapporti di forza tra le classi e dai loro riflessi in politica, cercare di capire come si siano create le condizioni che hanno permesso il colpo di stato del 2 Dicembre del 1851 in Francia, quando Luigi Bonaparte mise fine alla breve esperienza della seconda repubblica francese.  Un evento che molti contemporanei definirono “un fulmine a ciel sereno”, cioè, di fatto, non riuscirono a spiegare. Marx dal canto suo cerca di cogliere il concatenarsi degli eventi sulla base del sostrato materiale. Cioè, in sintesi: la crisi economica che nel 1847 aveva scosso alle fondamenta il sistema economico europeo e le grandi ripercussioni che questa ebbe a livello politico in tutto il continente; in particolare in Francia, dove si espresse da principio con il cosiddetto “movimento dei banchetti” che sfociò nel Febbraio del 1848 nella seconda rivoluzione francese e nella proclamazione della Repubblica. Ma tra Maggio e Giugno il proletariato parigino si ribellò diverse volte nel tentativo di rendere le parole d’ordine della rivoluzione democratica dei fatti concreti, fino alla grande insurrezione di Giugno, repressa nel sangue. Da quel momento, fino al 2 Dicembre si mise in moto una lenta degenerazione della rivoluzione, schiacciata dalla necessità, per la borghesia, di ristabilire l’ordine e dai conflitti all’interno della stessa classe dominante.

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Stacchiamo la spina.

Nelle eopoche passate si era soliti controllare il conflitto sociale richiamando la divinità, entità metafisica che giustificava con la sua stessa presenza l’esistenza del potere politico. Si fingeva di conoscerne l’umore, si faceva un bell’anuncio in pompa magna alle masse, e si pretendeva ordine sociale e sacrifici, pena l’ira della divinità, quindi caos e distruzione. L’ordine e la compattezza sociale erano così garantiti da questo espediente, che le classi dominanti avevano affinato nei secoli se non nei millenni. Espediente che , a quanto pare, non hanno mai abbandonato. Alla morte di dio (almeno così mi hanno detto) l’hanno prontamente sostituito con il mercato. Oggi è l’umore del mercato che viene comunicato alle masse (sempre in modo poco chiaro, così da dare l’idea che chi sta parlando sia un esperto mentre chi ascolta è un ignorante, e quindi si deve fidare) per convincerle a stare buone e fare sacrifici. Se il mercato sta male, bisogna curarlo, facendo sacrifici. L’impianto è lo stesso, non manca niente. Ora però, che il vento della rivoluzione ha ricominciato a soffiare impetuoso sul mondo, credo sia giunto il momento di far morire anche il mercato. Stacchiamo la spina al paziente, e stavolta assicuriamoci che non ci sia un sostituto.

Santo subito!

“Non sto difendendo il Vaticano”, esclamò Luca  con veemenza. “Difendo la parola di Dio, che è un lungo lamento per la liberazione dello spirito umano dal regno dell’oppressione. Prendete il ventiquattresimo capitolo del Libro di Giobbe, che cito di solito nei miei discorsi come “la Bibbia sul Beef Trust”, o prendere le parole di Isaia, o lo stesso Maestro. Non il principe elegante della nostra viziosa e violenta arte,, non l’idolo ingioiellato delle nostre chiese, ma il Gesù della realtà terribile, l’uomo del dolore e della pena, l’escluso, disprezzato dal mondo che non aveva posto per le Sue idee.”  read more »

L’uomo copernicano

Rendo qui disponibile al download “L’uomo copernicano” di Antonio Banfi, testo non facilmente reperibile eppure, almeno per chi scrive, di una certa importanza per il marxismo italiano. Di seguito la prefazione dell’autore e il link alla scansione del testo in formato PDF.
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